
Oggi sempre più imprese iniziano a guardare ai social network come una via per l’Eldorado, una strada per uscire dalla crisi, un modo facile per incrementare il business. Certamente i social network sono un’opportunità. Su questo ormai, tutti sono d’accordo, ma che il loro utilizzo si converta in un beneficio tangibile non è poi automatico come generalmente si crede. Non c’è quindi, da meravigliarsi che le aziende cerchino un modo per essere presenti nell’unico sito al mondo con più accessi di Google: Facebook.
Purtroppo, senza una conoscenza approfondita delle dinamiche e degli strumenti da utilizzare, il rischio di fare una pessima figuara e di rovinare la propria reputazione è praticamente una certezza.
Per quanto riguarda la presenza delle aziende su Facebook, a mio avviso, l’errore più diffuso è quello di aprire un profilo con il nome della propria realtà commerciale oppure con il nome del prodotto che si vuole promuovere.
Sono certo di non essere l’unico a provare fastidio nello stringere amicizia con un’automobile, una discoteca, una gelateria, un deodorante per le ascelle.
Per me, gli amici sono ancora le persone reali in carne e ossa, e non delle cose inanimate. Ma oltre al mio personalissimo fastidio, ci sono due ottimi motivi per non commettere un errore come questo.
Il primo è che fare ciò, viola i termini di utilizzo di Facebook.
Lo so che nessuno di voi (o quasi) ne ha coscienza, ma Facebook è a sua volta un’azienda che vi chiede di sottoscrivere un contratto con lei. Sottoscritto ciò, poco importa se il servizio che vi verrà offerto sarà gratuito o meno, sarete tenuti a rispettarlo.
Nelle condizioni di utilizzo è scritto nero su bianco (par. 4):

Riporto in italiano l’inizio del paragrofo in oggetto: “Gli utenti di Facebook forniscono il proprio nome e le proprie informazioni reali“. Questo concetto viene ribadito ancora più incisivamente nei punti 1 e 2, in cui si sottolinea che l’utente si impegna a:
- Non fornire informazioni personali false su Facebook o creare un account per conto di un’altra persona senza autorizzazione.
- Non utilizzare il proprio profilo personale per ottenere profitti commerciali (ad esempio vendendo il proprio messaggio di stato a un inserzionista).
A questo punto non potete proprio lamentarvi se un bel giorno non riuscirete più ad accedere al vostro profilo “fake“. Da principio vi sembrerà di aver solo sbagliato a digitare la password, solo in seguito vi accorgerete che è apparsa una scritta nuova.

Quando succede un fatto come questo, dite addio a tutti i contatti che quel profilo aveva e che con fatica eravati riusciti a raccimolare.
Dovete sapere che Facebook disabilita profili così con una certa frequenza. Anche perché gli utenti che avvicinate hanno modo di segnalare gli abusi direttamente al centro assistenza.
Per inoltrare una segnalazione basta visualizzare la pagina del profilo in oggetto, in fondo alla colonna di sinistra c’è un ultimo menu dal quale bloccare gli utenti indesiderati.
Per completare la procedura, Facebook chiederà di selezionare da un menu a tendina le vostre motivazioni. Ve ne sono diverse, dal cyberbullismo, alla diffusione di contenuti pornografici (non ho scritto pedopornografici!), dallo stalking al profilo falso. Se selezionate quest’ultimo vi verrà chiesto di specificare ulteriormente. Fra le scelte disponibili vi è anche “rappresentazione di una persona non reale”.
A questo punto il gioco è fatto, Facebook si riserverà di fare le sue verifiche e, se lo riterrà opportuno, disabiliterà il vostro account senza nemmeno avvisarvi.
Fin qui, nulla di catastrofico, la violazione resterà un segreto fra voi e Facebook. Sparireste e basta, come se non foste mai esistiti.
Probabilmente i vostriclienti non se ne accorgerebbero nemmeno. Ma cosa succederebbe se tutto ciò diventasse, invece, oggetto di discussione?
Sì perché il secondo motivo per il quale è meglio creare esclusivamente profili reali, è che la vostra violazione può diventare di dominio pubblico.
Un esempio di come una violazione dei termini d’utilizzo di Facebook possa generare un danno permanente alla reputazione aziendale (e non solo aziendale…) è rappresentata dal caso che ha riguardato la televisione online Ravenna WebTV.
La storia è esemplare: una web TV che aprirà i battenti fra qualche giorno ha pensato di promuoversi su Facebook attraverso un profilo che ha “Ravenna” come nome e “WebTV” come cognome. Grazie a questo utente fittizio, l’azienda di cumunicazione incaricata di gestire il lancio ha iniziato a chiedere l’amicizia ad altri utenti su base geografica, fino a che qualcuno di questi ha fatto notare pubblicamente le modalità poco professionali con le quali veniva condotta la campagna di marketing. L’azienda non ha gradito affatto le critiche e ha replicato con la censura.
Risultato: oggi la blogosfera sta discutendo animatamente di questo caso, tanto che anche i risultati di Google ne sono ampiamente influenzati.
Purtroppo non sempre vale il “basta che se ne parli”, anche perchè sul web queste cose non hanno età.
