Un antico detto monastico recita: “Una casa senza libri è come una fortezza senza armeria”. È per questo che la grande libreria che abbraccia diverse pareti della mia stanza la chiamo così. Chi entra qui vede subito come la penso su certe cose, a quali ideali ho donato l’energia della mia gioventù, quali autori hanno formato il mio pensiero. Insomma una serie incredibile di dati, informazioni, curiosità sulla mia persona. Chi volesse conoscermi veramente, forse, potrebbe risparmiare tempo e passare qualche minuto a osservare cosa contiene “l’Armeria”. Vi troverebbe i libri scelti da me, si accorgerebbe di alcuni che sicuramente mi sono stati regalati. In breve tempo potrebbe farsi un’idea perfino su chi frequento.
Racconto questo perché dietro alla sfida di oggi fra iPad e Kindle per la supremazia nell’e-reading qualcuno si inizia a domandare quanto questi strumenti utilissimi chiedano in cambio alla nostra privacy. I primi a interrogarsi su questo tema sono stati quelli della Electronic Frontier Foundation (EFF), un’associazione che entra in gioco quando, in questa era digitale, viene minacciata la liberà delle persone.
Il risultato della loro ricerca è pubblicato in una pagina internet dal titolo “An E-Book Buyer’s Guide to Privacy” che ha visto pubblicato un aggiornamento proprio in questi giorni.
Vediamo velocemente alcuni esempi di lettura che in qualche modo fornisce informazioni a terzi, senza che noi ne siamo, spesso, consapevoli.
Quando leggiamo alcune pagine su Google Books, dobbiamo loggarci. Appena abbiamo fatto questo, iniziamo ad essere tracciati. Recitano infatti i “Terms of use”:
When you use Google Books, we receive log information similar to what we receive in Web Search. This includes: the query term or page request (which may include specific pages within a book you are browsing), Internet Protocol address, browser type, browser language, the date and time of your request and one or more cookies that may uniquely identify your browser.
Se passiamo invece ai dispositivi mobili la situazione, si complica e per certi versi si aggrava perché i dati tracciati sono maggiori e riguardano, le nostre sottolineature, le note, gli appunti, i commenti al testo che fascciamo fino ad arrivare alla posizione geografica in cui si sta usando il dispositivo.
Prendiamo per esempio i “Terms of use” del Kindle, che se volete entrare nello specifico non vende libri ma li concede in licenza:
Information Received. The Device Software will provide Amazon with data about your Device and its interaction with the Service [i.e. the wireless connection, purchases through the Kindle Store, etc.] (such as available memory, up-time, log files and signal strength) and information related to the content on your Device and your use of it (such as automatic bookmarking of the last page read and content deletions from the Device). Annotations, bookmarks, notes, highlights, or similar markings you make in your Device are backed up through the Service. Information we receive is subject to the Amazon.com Privacy Notice.
A mio avviso, il punto più delicato dell’analisi della EFF, resta quello legato alla condivisione di questi dati. Non c’è nessuna garanzia che le informazioni che questi dispositivi raccolgono non siano in seguito vendute a terzi, chissà per quali scopi, senza che l’utente ne sia veramente consapevole. Infatti, la maggior parte dei dispositivi dà la possibilità di non condividere con terzi queste informazioni solo attraverso l’opt-out.
La ricerca della EFF è completa e concisa, se volete approfondire il tema vi consiglio di consultarla con attenzione. Lo scenario purtroppo non offre molte vie d’uscita per tutelare la propria privacy. Le uniche due possibilità sono:
andare a comprare gli amati libri di carta direttamente il libreria e pagando in contanti
usare un e-reader open source gratuito come FBreader, che si impegna a non traccare informazoni e dati
Un po’ per la semplicità di utilizzo, un po’ per la diffusione di cellulari e smart-phone, sembra che Twitter stia diventando popolarissimo anche tra i ragazzi più giovani. Com’è normale che sia, a cominciare dagli Stati Uniti, in diversi hanno iniziato a stilare consigli e istruzioni per il corretto uso di questa nuova opportunità di comunicare. È facile, infatti, condividere con il mondo intero, informazioni delicate o personali in grado di mettere a rischio la nostra reputazione e purtroppo anche la nostra persona. Tanto per fare un esempio, in 140 caratteri possiamo dire dove stiamo mangiando una pizza, e dare un pretesto ad un ex-fidanzino rifiutato di venirci ad importunare, ad un molestatore di raggiungerci, al bullo della scuola di venirci a disturbare.
Questi problemi riguardano tutte le fasce di età e abbiamo spesso la presunzione che non riguarderanno mai noi o i nostri cari. Ad ogni modo siccome la prudenza non è mai troppa quando si parla di giovanissimi, eccovi alcuni semplici consigli su come usare twitter in maniera responsabile.
Mai diffondere su twitter il proprio numero di telefono
Mai fornire informazioni troppo particolareggiate sulla nostra posizione. A nessuno piace essere facilmente localizzabile o raggiungibile dagli sconosciuti
Ricordatevi che anche i tweet privati possono essere occasionalmente letti da persone che non conoscete o che non vorreste che li leggessero. Quindi immaginate che ogni cosa può essere letta da vostra madre, dai vostri insegnanti, dai vostri futuri datori di lavoro…siate quindi responsabili!
Evitate di dare in giro la vostra password e possibilmente cambiatela spesso (oppure usate clipperz!)
Siate coscienti che i vostri tweet resteranno in rete per molto, molto, moltissimo tempo. E anche se li cancellerete, potranno esserci servizi che nel frattempo li hanno registrati e li conservano altrove.
Cercate di seguire persone reali che conoscete e che vi interessano veramente
Se avete intenzione di inserire molte informazioni di carattere personale, chiudete il vostro account alle sole persone autorizzate
Cercate di mantenere essenziali e brevi le informazioni del profilo, senza eccedere in dettagli personali
Non usate twitter mentre state guidando…(nemmeno mentre guidate la bicicletta!)
Anche se nessuno di voi lo farà mai, cercate di dare uno sguardo alle condizioni d’uso esposte da Twitter. Essere consapevoli di come vengono gestiti i dati rappresenta sempre un vantaggio.
Hutch Carpenter, sostiene che entro 20 anni ciascuno di noi sarà caratterizzato da un punteggio relativo alla propria reputazione online. Lo afferma sul suo blog in un articolo dal titolo: “In the future We’ll all have Online Reputation Scores”.
Vent’anni sono tanti, e non so francamente cosa accadrà. Inoltre, come dice Jack Dorsey , non è che ci sia al momento nulla di particolarmente innovativo in quest’ ambito.
Al momento invece, c’è già un trend ben delineato e assai più attuale, che è quello evidenziato alla ricerca di Microsoft realizzata a dicembre 2009. La ricerca dal titolo: “Data Privacy Day: Perceptions study ” evidenzia i molteplici aspetti in cui la reputazione online, riveste un ruolo di primaria importanza nella nostra vita. Con inimmaginabili ripercussioni persiono in quella lavorativa.
Per realizzarla si è usato un campione abbastanza vasto, 1200 responsabili delle risorse umane e 1200 normali lavoratori, provenienti da diverse Nazioni: Stati Uniti, UK, Francia e Germania.
I risultati sono molto interessanti e fanno emergere fondamentalmente tre macro-questioni:
L’impatto della reputazione online sulla vita professionale
Inaspettatamente si è visto che l’impatto delle nostre tracce in Rete è diventato nel tempo un fattore chiave, tenuto in considerazione da molti recruiter; anche se questa attitudine varia a seconda della nazionalità. Ad ogni modo, le aziende più strutturate hanno già iniziato ad implementare delle policy sulla valutazione che tengano conto della reputazione online dei candidati.
Ad eccezione della Francia, dove questo trend ha segno inverso, sono i recruiter di sesso maschile quelli più propensi ad utilizzare internet per valutare i profili che gli sono sottoposti. Queste ricerche non sono affatto superficiali, bensì scopriamo che sono molto più approfondite di quanto fosse possibile immaginare e che i recruiter si sentono pienamente legittimati nel cercare le tue citazioni, guardare il tuo profilo su linkedin, su twitter, su facebook. Inoltre, benché non tutto ciò che si trova in rete, è detto che sia vero, capita che alcune candidature vengano rifiutate comunque per le informazioni che sono emerse da questo tipo di analisi. I recruiter sostengono inoltre di dire sempre ai canditati se il rifiuto sia dovuto a materiale su di loro trovato online, ma i candidati non confermano questa affermazione.
Comunque sia, il selezionatore sente la questione della reputazione online come una cosa strettaente legata al suo lavoro e ai suoi obiettivi.
L’impatto della reputazione online nella vita privata
È facile cercare informazioni sulla reputazione online di qualcuno nel caso in cui si voglia avere relazioni sociali o sentimentali, ma l’assiduità di questo tipo di ricerca varia molto a seconda dell’età. Il campione intervistato si dimostra preoccupato per quello che può accadere alla loro identià digitale. Temono infatti di essere vittime di bullismo, di atti di diffamazione, di truffe o molestie. Gli intervistati inoltre affermano di temere particolarmente per la loro reputaizone online i contenuti generati da dispositivi mobili come cellulari, fotocamente, registratori…
Cosa viene fatto per mantenere la propria reputazione online
Il campione intervistato sembra porre molta attenzione nel mantenere separata l’identità privata da quella professionale, infatti la maggioranza afferma di utilizzare misure per difendere la propria reputazione online, ma sono abbastanza divisi sulle capacità di gestire gli strumenti e la responsabilità dovuta ai problemi di questo tipo.
Ma sarà vero? Gli utenti sono realmente proattivi e attenti a queste tematiche?
Alla fine il dato più rilevante, e per certi versi impressionante, è che il 79% dei selezionatori e dei responsabili delle risorse umane negli USA, controllano già oggi, le informazioni presenti online quando devono validare una candidatura. Un curriculum poco chiaro, oppure doppi o tripli CV a seconda del taglio che si vuole dare alla propria candidatura, vengono tutti controllati cercando informazioni online e valutando le digital footprint lasciate in Rete.
Vi consiglio quindi di stampare e conservare questa preziosa ricerca. Se è vero quello che dice Peter Cullen, chief privacy strategist di Microsoft sul suo blog: il 70% dei recruiter americani (il 41% in UK) hanno già scartato delle candidature in base alle informazioni reperite online. Occorre quindi investire del tempo per la costruzione di una buona reputazione online.
Se non per l’immediato, sicuramente per il futuro.
Ieri ho visto “Tra le Nuvole”, il nuovo film con George Clooney in cui lui impersonifica un tagliatore di teste con qualche residuo di moralità.
Che tutte le ragazze moderne cerchino su google i ragazzi di cui sono innamorate, non lo so. Ma sicuramente la scena mostra quanto il tema della reputazione online stia diventando sempre più attuale.
Il 13 dicembre scorso, Erica Sandberg ha proposto, sul blog City Brights, un interessante articolo che richiama un’approfondita inchiesta da lei realizzata sull’uso delle digital footprint in ambito finance.
L’inchiesta rivelava una notizia curiosa: la Rapleaf, un’azienda specializzata in analisi dati, ha iniziato a studiare i social networkper fornire alle banche ulteriori parametri di giudizio sull’affidabilità creditizia dei netizen.
In poche parole, avendo il 67% delle persone connesse alla Rete, un account di un social network, è possibile tracciare un profilo delle loro frequentazioni, estrapolando così ottimi dati demografici.
Gli studi demografici non sono un’invenzione recente, le banche li hanno sempre usati, oggi però c’è la possibilità di averne, semplicemente, di più accurati.
Ma com’è possibile utilizzare quello che c’è sui social network per queste attività?
E’ possibile perché sicuramente fra i vostri 400 amici su Facebook, ve ne sarà più di uno già censito nelle banche dati degli istituti di credito. Questo può banalmente accadere per la richiesta di mutuo, per la sottoscrizione un prodotto finanziario o previdenziale, o per l’insermento del suo nome nel database della centrale dei rischi. Così, se si riuscisse a correlare le informazioni presenti in questi archivi con la lista dei vostri amici su facebook si potrebbero fare delle considerazioni interessanti. Statisticamente se cominciano a esserci due, tre o quattro…dieci…cento… dei vostri amici che hanno manifestato interesse verso uno specifico prodotto finanziario, magari anche voi potreste esserne interessati. Magari non è così, magari non lo siete affatto, ma il principio del “like follows like” è approssimativo ma sufficientemente concreto da rendere possibile una correlazione.
Così facendo questi dati potrebbero massimizzare i risultati della azioni di marketing, che diventerebbero da indiscriminate a mirate, e assai meno costose.
Non solo. Immaginate il caso in cui, il massimale della vostra carta di credito vi sia assegnato in base ai calcoli di un sofisticato algoritmo che tiene conto di quanto risultan “buoni pagatori” i vostri amici su Facebook… migliore è la reputazione della cerchia di amici che avete su FriendFeed, maggiore sarà la sicurezza che appartenendo, bene o male, alla loro stessa fascia sociale, il vostro comportamento andrà ad assere più prevedibile e meno rischioso per la banca.
Davanti a queste analisi c’è poco da fare. Sicuramente bisogna essere furbi e non accettare connessioni con profili sconosciuti o sospetti, non assegnando mai a questi le credenziali per vedere tutto il proprio profilo. Inoltre è buona norma fare le “pulizie di primavera” di tanto in tanto: tagliare le connessioni dalle quali non si riceve alcun beneficio o con le quali non si interagisce mai. Cercate inoltre, di dare occasionalmente uno sguardo alle informazioni che avete lasciato sui social network, magari nel tempo qualcosa che avete inserito può risultare non conveniente o rischiosa da lasciar pubblica.
Oggi scopriamo qualche cosa in più su quello che sembra essere il motore più performante nel People e Business Searching. Lo facciamo conoscendo Jonathan N. Schreiber, SVP Business Development, di Pipl.
GM: Da un lato, quando uso Pipl resto sempre meravigliato dalla sua profondità e capacità di analisi. Su di me, ad esempio, saltano fuori informazioni che avevo completamente dimenticato di aver lasciato in Rete. Benché abbia provato a cercarmi con molti altri motori, Pipl.com è quello che ha ripescato il maggior numero di informazioni. Dall’altro lato, però, su Pipl non riesco ad apprendere nulla. Sulla vostra home-page le informazioni sono ridotte all’essenziale. A cosa è dovuta tutta questa riservatezza?
JNS: Ah! Nessun segreto volontario. Alla fine dei conti siamo un servizio che ha un unico obiettivo: essere il miglior People (nd Business) Search Engine. Quindi, in questo senso non credo che alla gente veramente importi chi siamo; almeno finché si raggiunge questo tipo di risultato. Inoltre devi tenere presente che siamo una squadra composta prevalentemente da ingegneri, architetti e product manager (vale a dire dei geek), e che in genere non sono figure che hanno attenzione agli stessi dettagli di un team di vendita. In aggiunta, praticamente tutto il nostro business development e’ rivolto all’esterno ed e’ basato su relazioni strategiche; di conseguenza, la creazione di un sito corporate non è mai stata una delle nostre priorità.
GM: E’ possible conoscere qualche cosa in più sul progetto? Quando è nato? Quali piani avete per la vostra espansione? Chi ha avuto l’idea di fondare Pipl?
JNS: L’azienda è stata fondata poco più di 4 anni fa da Matt Hertz, il nostro amministratore delegato. L’obiettivo iniziale della società era quello di costruire un motore di ricerca basato sulla ricerca object-oriented (quindi niente a che vedere con “key word” e “pertinenza”). Quando l’azienda ha lanciato il suo prodotto, abbiamo lanciato un motore di ricerca generico, ma abbiamo presto scoperto che i nostri utenti avevano un certo “appetito” per le ricerche sulle persone. Così è nato il nostro fucus sul tema in questione. In termini di espansione stiamo lavorando su due binari, uno è quello di mantenere la nostra leadership sui dati, il secondo è quello di migliorare l’uso di tali dati attraverso delle partnership.
GM: Se dovessi dare 3 suggerimenti strategici, tre cose da non scordare mai di fare, per avere un’ottima reputazione online quali sarebbero?
JNS: Uno: Ricordatevi che tutto ciò che mettete on-line (e forse anche off-line) sarà disponibile per sempre, quindi state attenti e fatevi furbi. Secondo: utilizzare i blog, LinkedIn, e gli altri strumenti al fine di garantire che quando qualcuno vi cercherà online, la prima cosa che troverà sarà ciò che volete voi. Terzo: Sappiate che quando credete di essere anonimi (ad esempio quando fate un commento su un blog usando solo il vostro username), in realtà non lo siete. Le aziende possono ‘facilmente’ ricomporre il puzzle e mettere tutti i dati insieme per avere una fotografia di voi. Bisogna essere diligenti perché veramente, oggi, non ci sono più segreti.
GM: Uno dei temi caldi legati alla ricerca di nomi di persona online è quello dell’omonimia. Come posso differenziarmi dai miei omonimi? Inoltre quali suggerimenti possono essere dati per limitare i danni che alcune delle loro azioni possono arrecare indirettamente anche alla mia reputazione?
JNS: Trovare la soluzione per questo problema sarebbe per noi come trovare il Santo Graal! Io non credo che ci sia, al momento, davvero qualcosa di efficace che un utente possa fare, ma stiamo lavorando su un paio di progetti che, spero, potranno essere di aiuto. Il fatto è che ci sono un sacco “John Smith” negli Stati Uniti e senza un occhio umano è difficile coglierne le differenze. Invece, per quanto riguarda le azioni da fare per limitare i danni che gli omonimi possono arrecare, credo che valga quello che ho detto prima. È necessario garantire che la vostra voce sia quella che appare per prima, piuttosto che le informazioni sul tizio che è appena stato messo in carcere e che porta il vostro stesso nome.
Ormai, basta cercare su google per trovare una marea di materiale sul Personal Branding. Benché la letteratura sulla materia non manchi, alla fine i consigli sono di solito sempre gli stessi: è necessario avere un profilo su Linkedin, è fortemente raccomandato scrivere sui blog e sui social network, Twitter è da tenere in altissima considerazione, lasciate tracce positive, ecc…
Per questo mi fa piacere segnalarvi l’articolo di Meridith Levinson apparso oggi su CIO e scritto insieme ad alcuni guru americani del personal branding.
In poche pagine vengono messe a fuoco le cose da non fare, gli errori in grado di vanificare gli sforzi per avere un’ottima reputazione online e trovare soddisfazione nella crescita professionale
Spesso sono errori banali, come confondere l’aumento della visibilità con il personal branding , essere poco focalizzati, seguire ciò che fanno gli altri senza differenziarsi, essere incoerenti ed ambigui con i nostri comportamenti online. Il tutto pensando magari che i risultati sui i blog e sui social media si raggiungano senza costanza e in breve tempo. Oppure, peggio ancora, sovra-esponendosi.
L’articolo completo si intitola “6 Personal Branding Mistakes That Can Threaten Your Job Search” e lo trovate qui.
Buona lettura!
Ho fatto quattro chiacchere sui temi dell’identità digitale, delle reputazione in Rete e sulle tracce che si lasciano navingando con Vladimir Oane, Founder & CEO di uberVU, un potente motore che scandaglia i social network e ti aiuta nello scovare e seguire le conversazioni che ti interessano, anche quando queste avvengo su più piattaforme differenti.
Ne è uscita un’intervista interessante, in cui Vladimir ci dà alcuni suggerimenti dal suo particolare punto di vista.
GM: Se ti chiedessero la ricetta per avere un’ottima reputazione online, cosa potresti suggerire? Come secondo te, potrebbe essere usato uberVU anche dalle persone comuni per gestire in maniera corretta la propria digital identity?
VO: Gli strumenti sono sicuramente fondamentali ma credo che la mentalità sia l’aspetto più importante. Bisogna partecipare alle conversazioni e vivere attivamente la “Socialsphere”. Una volta che è sia fatto questo, allora ci si accorge di avere bisogno di uno strumento di analisi come uberVU per andare ad un livello successivo.
GM:C’è la convinzione che su internet le ricerche che hanno per oggetto un nome e un cognome siano eseguite solo per leggere l’ultimo gossip sui VIP o al massimo per ritrovare vecchie fiamme e compagni di scuola. Tu, invece, come usi le digital footprint che le persone lasciano online? Ti è mai capitato di reperire attraverso internet informazioni su partner commerciali che avresti dovuto incontrare nel breve periodo, su professionisti che proponevano la loro candidatura per una carriera nella tua azienda, ecc…?
VO: Certamente il gossip è una categoria popolare… nessuno può negarlo. Sono sicuro che la maggior parte delle persone utilizzi internet in questo modo, ma sono anche certo che oggi viviamo così “pubblicamente”, che è quindi normale ricorrere ai Social Network per cercare informazioni ogni volta che si assume qualcuno o si sta per incontrare un partner d’affari per la prima volta.
Mentre alcune persone inorridiranno alla sola idea di ricorrere alle digital footprints, sicuramente sempre più aziende ne approfitteranno, perché queste informazioni sono preziose. Dalle vendite alle ricerche di mercato … non vi sarà alcun reparto aziendale non influenzato dai Social Media.
GM: Restando in tema di personal digital reputation, spesso i vip gestiscono la loro reputazione online esattamente come lo fanno i marchi di prestigio, ma cosa puoi dirmi dei politici? Pensi cheuberVUpossa essere d’aiuto anche a loro? Credo che su questo tema, anche i cittadini possano avvantaggiarsi dell’uso della vostra piattaforma per eliminare il rumore di fondo e seguire le idee e le azioni dei leader politici solo sulle cose veramente importanti. Cosa ne pensi? Siete a conoscenza di qualche uso curioso di uberVU?
VO: La politica sarebbe davvero un caso interessante, purtroppo non è che molti politici siano così aperti ad impegnarsi in attività sui social media. La campagna social di Obama è stato un grande successo, ma si può solo sperare che altri politici, da tutto il mondo vadano a seguire il suo esempio abbracciando questi nuovi strumenti.
Il Brand Monitoring è di gran lunga l’attività più diffusa su uberVU. Ma alcune persone lo utilizzano per monitorare i solo settori e vedere le storie più discusse nei loro campi di interesse, mentre altri usano uberVU per spiare i loro concorrenti o come strumento marketing. L’utilizzo di uberVU è a discrezione degli utenti.
È stato lanciato in questi giorni il blog in lingua italiana di 123people, la multinazionale austriaca specializzata nell’ambito del People Search Engine.
123people è di fatto uno dei motori di ricerca per persone più usato in Rete, in grado di esplorare ogni angolo del Web per aiutarvi a trovare informazioni su chiunque voi dediseriate. Vi basterà inserire un nome ed un cognome per far si che un potete algoritmo inizi a restituirvi profili personali completi e mirati, fatti di immagini, video, numeri di telefono, indirizzi e-mail, profili di social network, profili di Wikipedia e molto ancora.
Il blog italiano sarà gestito da Luca Sartoni, un nome conosciuto della blogosfera italiana, nominato la scorsa estate PR & Media Strategist per il Bel Paese.
LinkedIn è un servizio sempre maggiormente utilizzato, in grado di regalare ottime opportunità di crescita professionale a chi decide di entrare a far parte del network. Grazie ad esso, con pochi click, moltissimi recruiter hanno la possibilità di consultare l’enorme quantitativo di curriculum conservato nel suo database. Diventa quindi fondamentale curare il proprio profilo e mantenerlo sempre in ordine.
Statisticamente i campi più ostici da compilare sembrano essere: “Summary” e “Specialities”.
Il primo è lasciato solitamente vuoto, oppure riempito con una lunghissima lettera di presentazione. Il secondo viene spesso usato come deposito di “keyword”, inserite con la speranza che aiutino ad essere trovati dal motore di ricerca.
Discutendo online con Osvaldo Danzi di questi temi, ho appreso che all’occhio del recruiter, i due campi, rivestono invece una fondamentale importanza.
In “Summary”, il selezionatore, si aspetta di trovare un flash che in poche righe riassuma l’attività professionale della persona, mentre nel campo “Specialities” vorrebbe trovarsi elencate le competenze generiche di quest’ultima.
In poche parole: è necessario curare al meglio le prime due aree, specificando poi i dettagli della propria situazione attuale nello spazio destinato da LinkedIn a descrivere l’occupazione. Sarà poi sufficiente, limitare ad un veloce colpo d’occhio, tutto quello che riguarda il percorso professionale e di carriera svolto in passato.
Al recruiter interessa sapere cosa il candidato sa fare e cosa fa oggi, per capire meglio cosa sia possibile proporgli e per cosa sia appropriato candidarlo. Certo, è interessante anche il percorso dal quale proviene, ma non fino a sapere il dettaglio delle mansioni ricoperte da lui nel passato. Infatti, sono in pochi quelli che sarebbero interessati a svolgere gli stessi compiti di allora, in una nuova posizione…